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Sul viaggio di Simone Oggionni in Israele
lunedė 25 luglio 2011



Scritto da FALCEMARTELLO

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera sulle ultime vicende riguardanti i Giovani comunisti

Abbiamo appreso da alcune fonti on-line che il coordinatore nazionale dei Giovani Comunisti, Simone Oggionni, avrebbe recentemente partecipato a un viaggio organizzato dal governo israeliano insieme ai dirigenti giovanili di diversi partiti italiani. La cosa ci ha stupiti non poco. È impossibile, ci diciamo, che chi sul suo blog (oltre che sul sito nazionale dei Gc) denuncia i 1417 palestinesi uccisi dall'operazione “Piombo Fuso” e si impegna a ricordare Vittorio Arrigoni lottando “per una pace giusta, per la libertà del popolo palestinese […] con molta più forza e molta più intransigenza” si presti a queste gite propagandistiche filo-sioniste. È impossibile, ci diciamo, che il coordinatore dei Gc si mischi ai dirigenti giovanili di Pdl, Fl, Api, Udc, Radicali, Idv, Pd, Sel, tutti partiti che più o meno esplicitamente hanno manifestato il loro appoggio alle politiche di oppressione israeliana. È impossibile a maggior ragione visto che la gita non prevedeva (secondo le fonti) neanche un contatto con i palestinesi, e di certo un coordinatore nazionale è troppo lucido per credersi ambasciatore in grado di piegare alla sua volontà il governo israeliano fra una visita a una base militare e un tour di “Tel Aviv by night” (entrambe parrebbero essere state previste nel viaggio). È oltretutto impossibile, ci ripetiamo, che un viaggio del genere sia avvenuto a nostra insaputa, visto che abbiamo una commissione nazionale che segue i rapporti internazionali e non ne sapeva niente. E certo un coordinatore nazionale saprebbe perfettamente che una presenza in una delegazione internazionale non può essere a puro titolo personale. Saprebbe d'altronde che in un corteo contro l'oppressione israeliana i compagni avrebbero qualche difficoltà a spiegare “Sì, ma era solo a titolo personale”.

Insomma, al di là dei particolari, siamo assolutamente certi che sia impossibile che il coordinatore nazionale abbia compromesso in modo così grave la sua organizzazione, e il partito tutto, che da sempre, pur con differenze nelle proposte, sono coerentemente schierati al fianco del popolo palestinese in lotta contro i soprusi dell'imperialismo israeliano.

Davvero, siamo fermamente convinti che sia impossibile che il coordinatore dei Giovani Comunisti possa fare questo. Delle due l'una, quindi: o non l'ha fatto, o non può essere il coordinatore dei Giovani Comunisti.

 

Alessio Marconi
Emanuele Cullorà
Matteo Molinaro
Gemma Giusti
Deborah Pezzani
Gabriele D’Angeli
Margherita Colella
Giovanni Savino
Anna Arena
Ilario Pinnizzotto


 
Non esistono scorciatoie tricolori
martedė 15 marzo 2011

Marco Bascetta - il manifesto | 15 Marzo 2011

L'idea che debba essere una sorta di amor di patria il movente decisivo dello scontro con Berlusconi, la sua cultura (o incultura) politica, la sua gestione della cosa pubblica e degli affari privati, ha qualcosa di gravemente patologico. Se Silvio Berlusconi incarnasse una riedizione postmoderna del fascismo le piazze festanti, i richiami al galateo, le tediose «dieci domande» della stampa repubblicana, l'indignazione in tutte le sue più colorite forme, i sentimenti democratici di tanti «buoni cittadini» non sarebbero certamente sufficienti. Se ci trovassimo di fronte Ben Ali, Mubarak o Gheddafi, bisognerebbe agire come sulla sponda sud del Mediterraneo, con altrettanto rischio e altrettanta decisione. Ma Berlusconi non è neanche lontanamente il fascismo, il suo partito non è fuori, come si diceva una volta, dall'«arco costituzionale», non è antipatriottico, né al servizio di potenze straniere. Sta dentro il quadro delle istituzioni democratiche, come Giulio Cesare, «dittatore democratico», stava dentro quello della Repubblica: forzandolo a suo favore col pretesto di correggerlo e salvarlo. Bruto e Cassio pensarono di risolverla a modo loro ma, come è noto, l'impresa finì male.

Questa premessa esclude che lo sventolio della Costituzione italiana rappresenti un'arma in grado di contrastare i contenuti sociali e culturali della politica berlusconiana, già solo per il fatto che diversi sventolanti li condividono in larga misura. Senza contare l'erosione che il tempo e le pratiche politiche effettive hanno esercitato sulla Carta. L'idea che alla destra e alla sinistra si siano sostituiti due fronti, quello dei fedeli difensori della Carta fondamentale e quello dei suoi detrattori, quello dell'interesse privato e quello dei patrioti, quello della bandiera azzurra e quello del tricolore è un miraggio sconclusionato e inquietante. Prendiamo due principi costituzionali tra i più decisivi, come la laicità dello Stato e il ripudio della guerra. E domandiamoci se Casini, Buttiglione o Rutelli possano considerarsi incrollabili garanti del primo e se Massimo D'Alema o Fini possano considerarsi indiscussi paladini del secondo (dando per scontato che troverebbero certamente il modo di proclamarsi tali). Gli allegri interpreti della Carta costituzionale non sono molto migliori dei suoi detrattori e talvolta perfino peggiori. Il grande fronte patriottico sorride e ondeggia in piazza tra Giuseppe Verdi, Goffredo Mameli e Sanremo, grazie alla completa rimozione di ogni contenuto sociale, di ogni conflitto d'interessi (la parola riguarda ormai comodamente solo gli affari del signor Berlusconi). Dove di questo contenuto resta traccia, come sul piano sindacale, la Cgil, che più patriottica non si può, non riesce neanche lontanamente ad accordarsi con Bonanni e Angeletti, in nome dell'«interesse del paese». Solo il peggior politicismo riesce a scendere in piazza in difesa della scuola pubblica con chi ha sostenuto i tagli e le riforme governative della scuola e dell'università, salvando il governo sul punto preciso su cui sarebbe potuto davvero cadere. Già quale scuola pubblica poi? Non credo si debba difendere la stessa pubblica istruzione che possono avere in mente i finiani e l'Udc. La scuola che «fa gli italiani», che addestra all'orgoglio e all'identità e allinea tutti di fronte, come scrive Sergio Luzzatto in un recente formidabile pamphlet, a un «crocifisso tricolore» (Il crocifisso di stato, Einaudi). Qualcosa di assai simile a quella «educazione nazionale» con i suoi laici riti dottrinari, la sua soffocante retorica e il suo conformismo patriottico, che Robespierre volle imporre dopo il 1793 contro le ben più avanzate idee del girondino Condorcet, e a cui si sarebbe ispirata ogni successiva pedagogia fascista.

Se questo fosse stato il bersaglio delle parole di Berlusconi contro la scuola pubblica non resterebbe che dargli ragione. Ma così non è, perché è precisamente in senso dottrinario e autoritario (in nome dell' «umiltà» dovuta al mercato del lavoro) che la sua ministra ha agito. Con l'appoggio decisivo di diversi patrioti scesi in piazza il 12 marzo. L'una e gli altri vedendo la libertà di insegnamento e l'autonomia critica dell'apprendimento come il fumo negli occhi, eredità velenosa dell'esecrando1968.

Il tricolore, è bene rassegnarsi, sventola anche sulla testa di Berlusconi, come sventolò a suo tempo su quella di Craxi e della sua corte (dobbiamo a Lelio Lagorio il primo ripescaggio dello scemenzaio patriottico). Non, forse, sulle schiere della Lega, che al crocifisso affiancano la paccottiglia celtica e sventolano altre bandiere per altre patrie. Ma il metodo e lo spirito non cambiano che si vogliano «fare gli italiani» o «fare i padani» al posto degli spiriti critici e delle teste pensanti. Quelle che sulla stessa barca di Fini e Casini non ci vogliono stare, anche quando issa la bandiera di comodo di una Costituzione strapazzata per decenni. La sinistra sconfitta farà bene a capire che non esistono scorciatoie tricolori. La china da risalire è assai lunga e la sua leadership non ha un filo di fiato.

 
Cosė non va. Chi ha paura a discutere liberamente sulle foibe?
giovedė 10 febbraio 2011

Comprendere un dibattito storiografico, distinguere le fonti storiche, contestualizzare i processi storici. Tanti “obiettivi” declamati fino alla nausea nelle circolari ministeriali e nelle programmazioni dei docenti. Nient’altro che una lista di belle intenzioni, viste da un’assemblea d’Istituto sulle foibe. In queste assemblee assistiamo da anni alla ripetizione ossessiva di un unico punto di vista, quello di “storici” come Marco Pirina (coinvolto nel golpe Borghese del 1970):  le foibe furono pulizia etnica praticata dai partigiani jugoslavi, ispirati dalla criminale ideologia comunista, contro l’inerme popolazione italiana infoibata a causa della sua nazionalità. I video giocano cinicamente sui sentimenti , gli storici di turno presentano la storia in modo “neutro” e non opinabile ed infine gli esuli - di solito membri o vicini alla neo-irredentista Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia – si mettono molto spesso a fare storia invocando il proprio status di esule come garanzia di attendibilità ed infallibilità. E’ talmente forte la pressione della Giornata del Ricordo che nelle scuole saltano anche le sempre più ossessive attenzioni al contraddittorio – spesso peraltro interpretato dalle presidenze in modo veramente desolante, come se dovessimo riprodurre una par condicio in stile “Porta a Porta”. Insomma, le istituzioni vogliono che niente rovini la festa. Tutti allineati.

Come docenti non credo che sia possibile voltarsi dall’altra parte e non prendere posizione. Professare ignoranza o scarsa conoscenza sull’argomento non è più scusabile. Perché non è scusabile stare zitti davanti ad una gigantesca iniezione di nazionalismo tra i giovanissimi per mezzo della scuola pubblica.

Nei dibattiti sulle foibe i fatti scompaiono. O meglio, chi interviene a sostegno della tesi dominante è di fatto legittimato a non portare fonti ed argomenti a supporto della propria tesi. Può semplicemente passare da un’affermazione all’altra. I numeri vengono gonfiati a dismisura. Gli scomparsi sono addizionati agli infoibati. Chi mette in discussione le cifre iperboliche dei foibologi (diecimila o anche più) interessati a creare un contraltare “rosso” ad Auschwitz è accusato di fare il ragioniere coi morti, di negare il “genocidio” (altro termine usato a vanvera) degli italiani, vittime innocenti di una pulizia etnica. Per capire un qualsiasi fenomeno è necessario - ripeterlo suona elementare - accertarne anche le dimensioni: se gli infoibati sono stati nell’ordine delle centinaia e per lo più appartenenti a formazioni armate fasciste o collaborazioniste, infatti, verrebbe a cadere anche la tesi della “pulizia etnica” contro italiani inermi e si dovrebbe ammettere che il sentimento dominante era antifascista e non anti-italiano. Per le foibe, però, tutto deve apparire già accertato col consenso unanime di tutti. Chi lo nega è un blasfemo.

Il copione non è stato diverso dal canovaccio solito all’ultima assemblea d’Istituto sulle foibe a cui ho assistito come docente il 4 febbraio 2011 a Carpi. Un’assemblea simile a tante altre in tutt’Italia. In meno di due ore di assemblea ho ascoltato buona parte di quelle falsità che storici come Claudia Cernigoi e Sandi Volk hanno smontato con diversi libri basati su ricerche a pettine in tutti gli archivi possibili e immaginabili, al di qua e al di là del confine. Ricerche che, biografie alla mano, mostrano che la grandissima parte delle centinaia di infoibati tra Istria ’43 e Trieste ’45 erano volontari della Milizia di Difesa Territoriale o della X Mas, massacratori vari, delatori e collaborazionisti al servizio dei nazisti che esercitavano un dominio diretto su quell’area con la formazione della Zona d’Operazioni Litorale Adriatico. Altri, alcune migliaia di criminali di guerra fascisti, furono arrestati nel maggio ’45 tra Trieste e Gorizia e vennero internati in Jugoslavia, dove molti di loro morirono di stenti e alcuni dopo condanne a morte pronunciate dal Tribunale di guerra jugoslavo. E’ bene ricordare che nessuno dei criminali di guerra italiani richiesti dalla Jugoslavia venne mai estradato dallo Stato italiano. E’ dunque senza fondamento sostenere che gli infoibati sarebbero stati diecimila o più, cifre fornite da autori come Pirina e Luigi Papo (ex rastrellature di partigiani). Le loro liste, in realtà comprensive di tutti i dispersi, hanno percentuali d’errore anche del 65%, come dimostrato dalla Cernigoi nel caso dei loro elenchi relativi alla provincia di Trieste.

Nel video dell’Istituto Luce proiettato a Carpi errori e rimozioni erano innumerevoli. Ne ricordo tre: [1] la foiba di Basovizza piena di 300 metri cubi di cadaveri di italiani, [2] la soppressione del CLN di Trieste per mano dei partigiani di Tito, spesso citata come esempio della politica fratricida tra i nemici del fascismo, e [3] l’idea che di foibe si sia iniziato a parlare dal maggio-giugno ’45, quando Trieste fu occupata dai partigiani jugoslavi.

La storia sulla foiba di Basovizza è una colossale costruzione mediatica basata sul nulla. La leggenda che vi siano 300 metri cubi di cadaveri è smentita platealmente da un telegramma confidenziale delle massime autorità Alleate del 19 febbraio 1946 nel quale si affermava che “la cessazione delle investigazioni [sui cadaveri nella foiba di Basovizza] è autorizzata. Per minimizzare qualsiasi effetto sull’opinione pubblica italiana e qualsiasi possibilità che gli jugoslavi interpretino la cessazione come un’ammissione che le accuse contro di loro erano infondate, siete autorizzati a rilasciare una dichiarazione pubblica che la cessazione delle investigazioni è dovuta a difficoltà fisiche sopravvenute, e che ciò non implicava che le asserzioni fatte dal CLNAI siano dimostrate essere infondate”. In una precedente relazione del 21 ottobre 1945 ad opera del Comando Generale delle Forze Armate statunitensi nel Mediterraneo si scrisse che nelle foiba di Basovizza erano stati rinvenuti solo alcune decine di cadaveri, appartenenti a soldati tedeschi della prima guerra mondiale, e carcasse di animali. Non ci furono nuove investigazioni ,ma in compenso a Basovizza abbiamo un monumento nazionale. Di questo non si deve sentire parlare: rovinerebbe una storia troppo ben costruita fatta di partigiani comunisti cattivi, e per di più slavi, e di italiani vittime innocenti di un’ideologia criminale.

Nel secondo caso si tace il fatto che a causa della repressione nazista in città si susseguirono tre differenti CLN e l’ultimo, molto diverso dai precedenti, era composto di loschi figuri che consideravano la nuova Jugoslavia come un paese nemico, provenienti anche dalla X Mas, i quali, col paravento dell’antifascismo, cercavano alleanze coi residui del regime fascista in funzione nazionalista ed anti-slava, giungendo persino a preparare attentati ed azioni armate contro i partigiani di Tito. Non è allora normale che questi ultimi abbiano pensato di arrestarli, portarli a Lubiana e processarli?

Sul terzo punto la verità storica è, se possibile, ancora più scabrosa. I primi a parlare di infoibamenti frutto di pulizia etnica anti-italiana perpetrata da partigiani slavi furono i nazisti dopo la loro tremenda ri-occupazione dell’Istria nell’ottobre ’43. Il libello nazista in questione venne divulgato nell’autunno ’43 col titolo “Ecco il conto!”. Qualcuno avverte come sgradevole far risalire l’origine della propria versione dei fatti ad un opuscolo di propaganda nazista? Poco importa ai “foibologi”, inoltre, che l’8 gennaio 1948 un giornale locale di destra quale era Trieste Sera scrisse che “se consideriamo che l’Istria era abitata da circa 500mila persone, delle quali oltre la metà di lingua italiana, i circa 500 uccisi ed infoibati non possono costituire un atto anti italiano ma un atto prettamente antifascista.” Chi commise un vero ed efferato massacro furono le SS assieme ai Repubblichini di Salò quando ripresero il controllo della penisola istriana e massacrarono 13mila persone. Difficilmente, però, ne sentirete parlare in una conferenza sulle foibe. Rovinerebbe il resto del racconto.

Non si tratta quindi soltanto di mettere a fuoco il contesto storico dell’occupazione italiana della Jugoslavia - e non sarebbe poco, considerato che la RAI si ostina a non mandare in onda Fascist Legacy, filmato della BBC sui crimini italiani in Jugoslavia – durante la quale il generale italiano Robotti si lamentò in un telegramma della scarsa crudeltà dei soldati italiani, scrivendo in modo macabro e criminale “si ammazza troppo poco”.  E’ senz’altro necessario ricordare le 300mila vittime jugoslave dell’occupazione nazi-fascista e l’opera di snazionalizzazione portata avanti nella Venezia Giulia, nell’Istria e nella Dalmazia dal fascismo fin dal 1923 con la riforma Gentile, che chiuse le scuole in cui si insegnava lo sloveno od il croato, e continuata con la confisca dei beni delle cooperative contadine “non italiane” o l’invio al Tribunale Speciale di centinaia di antifascisti slavi di nazionalità italiana.

Si tratta anche di mettere a nudo un mito storiografico che vuole rilanciare un senso comune nazionalista ed anticomunista. Un senso comune ben compendiato da affermazioni anti-slave violente ed aggressive, come quelle udite a Carpi da un esule, Antonio Zappador, sull’Istria italiana da 2000 anni - come asserirebbe un libro del 1924 che il suddetto ci ha mostrato senza citare titolo e autore – o sul non aver nulla da spartire con gli slavi, dopo che nell’assemblea precedente aveva minimizzato le tensioni tra italiani e slavi durante il fascismo paragonandole grottescamente al campanilismo tra Modena e Bologna.

Con l’istituzione della Giornata del Ricordo stiamo dando medaglie e onorificenze a incalliti criminali di guerra. Gli elenchi dei “medagliati” sono di difficile accesso. Addirittura nel 2007, in provincia di Udine, i parenti di coloro che sono stati insigniti in quanto “martiri dell’italianità” hanno chiesto l’anonimato. Gli storici Volk e Cernigoi sono riusciti ad avere un elenco incompleto per le annate 2006, 2007 e 2008. Risulta che ben il 73% dei “premiati” erano membri di forze armate fasciste o collaborazioniste. Ecco i “modelli” per i giovani. Sono persone come Vincenzo Serrentino, premiato nella Giornata del Ricordo 2007 come “ultimo prefetto italiano di Zara”, dirigente del fascio di combattimento di Zara sin dal 1920, tenente colonnello delle Camicie Nere e, dopo l’occupazione della Jugoslavia da parte dell’Asse, membro del Tribunale speciale per la Dalmazia, criminale di guerra processato dagli jugoslavi, condannato a morte e fucilato nel ’47 a Sebenico. Oppure Graziano Udovisi, recentemente scomparso, ufficiale della collaborazionista Milizia per la Difesa Territoriale condannato nella sentenza n. 165/46 della Corte d’Assise Straordinaria di Trieste per aver arrestato partigiani poi legati col fil di ferro. E si potrebbe continuare.

Per concludere, perché non è mai menzionata l’origine politica dell’istituzione della Giornata del Ricordo, fortemente voluta dagli ex di Alleanza Nazionale legati alla loro gioventù missina ma accettata supinamente anche a sinistra? Fu Maurizio Gasparri a premere perché la RAI producesse una fiction sulle foibe, “Il cuore nel pozzo”, mediocre opera di propaganda nazionalista ed anticomunista (per un’efficace critica cliccate su YouTube militant a cuore pozzo). Lo stesso Gasparri nel 2004 ipotizzò “forse milioni” di infoibati, ovvero più di tutti gli abitanti dell’Istria di allora…

Istituzioni scolastiche repressive o comunque molto diffidenti quando gli studenti si interessano o, peggio ancora, fanno politica al di fuori delle pratiche considerate “accettabili” da chi comanda, celebrano acriticamente la Giornata del Ricordo occultandone l’origine politica e la relazione col dibattito attuale e con ciò “fanno politica” in maniera tutt’altro che limpida.

Se non ci vogliamo arrendere ad una potente ventata di nazionalismo, dovremo iniziare a chiederci e a chiedere chi e cosa viene celebrato pomposamente ogni 10 febbraio. E magari a ricordarci anche che circa 40mila ex soldati italiani allo sbando dopo l’8 settembre 1943 scelsero coraggiosamente e con spirito internazionalista di unirsi alle formazioni partigiane jugoslave, albanesi e greche per distruggere il fascismo.

 

Francesco Giliani (insegnante di storia nelle scuole medie superiori).

 

Bibliografia: Claudia Cernigoi, Operazione “Foibe” tra storia e mito, KappaVu, Udine, 2005; AA.VV., Foibe. Revisionismo di Stato e amnesie della Repubblica, KappaVu, Udine, 2009 (Atti del convegno del 9 febbraio 2008 a Sesto san Giovanni [MI]); Sandi Volk, Esuli a Trieste. Bonifica nazionale e rafforzamento dell'italianità sul confine orientale, KappaVu, Udine, 2004; Pol Vice, Scampati o no. I racconti di chi “uscì vivo” dalle foibe, KappaVu, Udine, 2005; AA.VV., Revisionismo storico e terre di confine, KappaVu, Udine, 2007, (Atti del convegno del 13-14 marzo 2006 a Trieste).

 
FUORI I FASCISTI DA SASSUOLO!!
domenica 30 gennaio 2011

 Ancora una volta la giunta Caselli dimostra qual è il suo vero volto! Quello di Fascista in doppiopetto!

Mentre Marchionne vuole imporre il fascismo in fabbrica con l’accordo di Mirafiori, il PDL, la Lega e i loro lacchè vogliono, a livello nazionale e locale,che anche culturalmente il fascismo torni ad avere legittimazione nella società!

È bene che tutti si ricordino che cosa è il fascismo! Il fascismo nacque nel 1919 come strumento, finanziato e sostenuto dai capitalisti di questo paese, per schiacciare la classe operaia, privarla di ogni suo diritto e ridurla a condizione di schiavitù! Per fare questo i fascisti dovettero innanzitutto colpire le organizzazioni politiche del movimento operaio e tra queste le prime furono quelle comuniste, quelle sindacali e le case del popolo.

Questa giunta di Balilla ha dato l’autorizzazione, e in un primo tempo aveva addirittura dato il patrocinio comunale, a che si svolga il concerto che terrà stasera un gruppo musicale apertamente fascista, La Compagnia dell’Anello.

La provocazione è giunta fino al punto che in un primo tempo questo ciarpame sotto forma di presunto concerto si sarebbe dovuto tenere nell’Auditorium dedicato al compagno Pierangelo Bertoli, musicista ed artista da sempre comunista ed antifascista

Caselli in merito al patrocinio poi ritirato ha avuto persino la faccia tosta di dichiarare che “se fossero stati i Modena City Ramblers l’avremmo dato anche a loro”. Come dire, per l’ennesima volta, che in fondo fascisti e comunisti sono uguali e che se si da voce agli uni la si deve dare anche agli altri.

Rispondiamo al camerata Caselli che si sbaglia di grosso! Checchè se ne dica (anche da parte di qualcuno di ex sinistra) “I ragazzi di Salò” qui non sono affatto di casa! I fascisti hanno oppresso la classe operaia e le classi povere nel nostro paese! I comunisti le hanno liberate!

I fascisti non devono avere alcuna legittimazione né possibilità di fare alcuna iniziativa pubblica!

Questo concerto deve essere immediatamente annullato! Cacciamo i fascisti da Sassuolo!

 

Partito della Rifondazione Comunista

 
Rifondazione e i Gc di Modena dalla parte degli studenti e dei lavoratori della scuola in lotta
mercoledė 15 dicembre 2010
Rifondazione Comunista Modena esprime la propria solidarietà alla manifestazione studentesca tenutasi ieri per le strade della città, alla quale ha peraltro preso parte attiva. Altresì condanna gli episodi di violenza di cui è stato fatto oggetto il corteo da parte delle forze dell’ordine nei pressi della stazione ferroviaria. Il nostro partito esprime inoltre adesione anche alla mobilitazione sindacale tenuta in contemporanea dai lavoratori dell’istruzione in p.za Mazzini, alla quale ha partecipato parimenti al corteo studentesco. Lontani da ogni tipo di moralismo e paternalismo, riteniamo giuste le forme di lotta dura (come il corteo studentesco “selvaggio” di ieri, che ha messo in crisi per alcune ore il traffico cittadino) data la portata degli attacchi governativi. Al tempo stesso auspichiamo e fattivamente ci impegniamo perché si crei un movimento unico di unità studenti e lavoratori contro il ddl Gelmini ed il governo Berlusconi e che quindi non ci siano più piazze separate come ieri. La nostra solidarietà va infine anche ai lavoratori metalmeccanici impegnati in uno sciopero lo scorso pomeriggio a difesa del contratto nazionale 2008.
 
Circolo “A. Gramsci”, Rifondazione Comunista - Modena
 
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